Revolving Doors è un processo in gran parte estemporaneo di ricostruzione identitaria artistica dei luoghi precedentemente colonizzati dal sistema modulare. E' una ridefinizione biotecnologica che presenta un alternarsi perpetuo tra la dimensione organica e la dimensione inorganica del corpo e della sua presenza e assenza alterata principalmente sul piano sonoro. Ha l'intenzione di distruggere qualsiasi connessione con lo spettacolo e con la struttura eretta dalla compulsione performatica dell'ego. Agisce destrutturando la sfera della coscienza contemporanea nell'intenzionalità di far emergere concetti interconnessi alla dimensione fallimentare, come antitesi di ostentato successo ed efficientismo contemporaneo. Solo in presenza di un presunto fallimento, la traiettoria progettuale può riorganizzarsi, innescando una nuova linea di fuga e di dispersione rigenerante. La disseminazione di assunti con cui la nozione viene attraversata si bipartisce su due cariche antagoniste, di introflessione e estroflessione, che alludono alla predisposizione dell'individuo rispetto all'esistente e che ne organizzano una lettura obliqua. Una sorta di diaspora che induce alla partecipazione attraverso la profusione di un'energia ricostituiva e vitalistica che vortica dissimulata nella spirale inventiva e con essa coabita fino al punto in cui si presenta mutevole annunciandosi attraverso il suo pragmatismo. Il fallimento attesta una parte nascosta dell'esperienza sottolineando il distacco necessario tra l'intuizione e il concreto istituirsi dell'ipotesi e la conseguente inadeguatezza del ruolo. E' infatti l'inosservanza astuta dei codici e la loro violazione che lo rendono possibile, così come la sua affermazione incontrollata nel regno dell'imponderabile ne preserva il suo continuo costituirsi e disfarsi. Il fallimento è invasione fulminea del nulla nel pieno, attesta un vuoto e frequentarlo significa abitare le lacerazioni nella trama dell'essere. Non solo il fallimento viene trasformato in espressività esemplare ma esso stesso è incarnato nella condizione esistenziale dell'essere nel mondo. “Se Heideggerianamente, consideriamo l'essere nel mondo (in-der-Welt-sein), non come essere soggetto, anima o pensiero ma come Esserci (Dasein), cioè come assunzione del mondo in quanto orizzonte di progettualità, va da sé che esso è costituito dal suo naturale relazionarsi intenzionale. L'Esserci crea il mondo, che si trova così a esistere solo nella misura in cui ci sono coscienze che si relazionano a qualcosa.” Il modo di essere dell'Esserci è l'esistenza, la cui sostanza è data dalla potenzialità. L'essere dell'individuo è sempre una possibilità da attivare. Se l'esistenza è poter essere, ciò significa progettare. L'individuo è progetto dell'agire di conseguenza sfrutta la potenzialità di essere prendendosi cura delle cose che occorrono ai suoi progetti. In Revolving Doors il fallimento si impone e agisce fortemente nella vita psichica del soggetto e ne condiziona: il suo “stare” ovvero la sua presenza, il suo “sostare” ovvero la sua alienazione e il suo “ritirarsi” ovvero la sua assenza. Il fallimento si rivela come la quantificazione del disturbo, dell'utopia, e della rottura di senso nella quale entrano e perdurano le singolarità psichiche degli individui coinvolti, ognuno dei quali elabora la propria “disfatta” individuale, soggettivandola e di-soggettivandola all'interno del proprio spazio. Si vuole ricreare un stato di tumulto nel quale dei sommovimenti si interpongono tramite intermittenze agli interregni dialettici che provano a tessere costantemente il legame tra l'io (ego) e il suo annullamento. Il fallimento diventa necessario al moto del processo dal momento che lo disorienta nelle sue certezze e lo rafforza agitandolo nella direzione del dubbio e dell'inquietudine. Esiste quindi al suo interno un senso vitalistico e rigermogliante che nella costruzione di uno spazio di sfogo libertario, coglie il momento per rivelarsi e rivendicarsi la sua perimetrata dimensione spaziale che gli era stata precedentemente negata nel codice strutturale sistematico. Il fallimento è vissuto come eventualità dell'agire e come condizione di riproposta dell'esperienza. Esso è la messa in discussione conflittuale dell'intenzionalità progettuale, e nel suo realizzarsi genera crisi e disordine fecondi. Il fallimento è un'enunciazione di libertà poiché affretta con un impulso irrinunciabile la ridentificazione di se stessi, del luogo in cui avviene, e dello spettro relazionale. La reificazione avviene senza interruzioni, ma in totale fluidità, questo perché il fallimento si manifesta all'interno di un processo che seppur discontinuo mantiene una sua coerenza mai ideale ma consapevolmente ideata. Esiste infatti alle spalle dell'oggetto artistico una progettazione di tipo consapevole (parte estetico-funzionale) che lotta con un tipo di progettazione pre-conscia, istintiva, irrazionale (parte espressiva), ed è proprio la seconda che determina, in maniera come già detto estemporanea, il consolidarsi frenetico, convulso e delirante del progetto. L'intenzionalità governativa e strutturale si trova a dover cedere la sua carica all'elemento “sorpresa” finendo per sottostare ad essa. I due momenti si cedono lo spazio vicendevolmente in maniera costante, l'individuo che prende parte al progetto si stabilisce al centro di questo alternarsi perpetuo. Il processo artistico non essendo mai la realizzazione di un'intenzione chiaramente formulata diviene una sorta di autocritica che riesce a mettere in discussione il proprio progetto preliminare, generando qualcosa di nuovo e diverso proprio durante il processo di operazioni pratiche che lo rendono condivisibile. L'intenzione è sempre qualcosa di vago e ritrova chiarezza, seppur mai in via definitiva, soltanto nel suo processarsi. E non è mai definitiva perché non trova una soluzione o una risposta al problema. La sua forma estetica non è mai abbastanza, è una cristallizzazione temporanea, di cui gli individui che ne sono partecipi si prendono la responsabilità della riduzione, unica via comunicativa possibile. L'individuo lotta con il problema di esprimere, e si rapporta con ciò che non conosce fino a raggiungere il compimento che infinite volte si sgretola nel tentativo di definizione, specialmente se si sceglie di utilizzare il linguaggio. La dimensione psichica della vita del soggetto durante la crisi (di qualsiasi derivazione: economica, politica, psichica, psicologica, emotiva, ecc.) subisce una perdita valorizzatrice, per questo Revolvig Doors si propone di creare uno spostamento prospettico, una linea di fuga diagonale o trasversale (di cui si riesce a vedere la profondità), che modifichi in qualche modo la riflessione sul crollo (nella caduta, il soggetto non scompare ma si deposita come resto o scarto) denunciando i processi di regolamentazione sociale a partire dalle conseguenze sulla produzione di immaginari. Per immaginario si intende l'orizzonte di senso, simbolico e conoscitivo, che descrive il modo in cui le persone scandiscono il loro affermarsi sociale, fatto di schemi che regolamentano l'interazione e l'agire di ogni individuo. Riassegnare una dignità alla dimensione simbolica e immaginativa del corpo sociale, combattendo l'attuale immaginario asfittico, forse questo uno degli obbiettivi. Il conflitto contemporaneo è derivato dalla disconoscenza di un problema legato alla soggettività, che inevitabilmente scatena un'emotività distruttiva. L'incapacità di produrre soggettività politica comunitaria deriva dalla frammentazione e quindi dalla dispersione di energia. Ciò che viene contrastato non è mai il reale colpevole ma il suo derivato, e ciò che viene proposto come soluzione è per forza una diluizione del problema. Invertire la direzione e canalizzare la potenza energetica soggettiva e o individuale in un organismo (blob) che soggiace sul fondo del tessuto sociale.Il senso di fallimento è espresso assieme ad un progressivo sgretolamento della percezione di continuità dell'esistenza in ciascun individuo soggiogato dall'alienamento, che qui viene stimolato dall'aspetto sonoro del progetto. La potenza della metafora audiovisiva sta nell'innovazione e nell'efficacia non più repressiva dei suoi dispositivi di “interpellazione” dei soggetti. E' possibile che Revolving Doors si metta in gioco e fallisca continuamente senza mai sottrarsi. Perchè è proprio questa apparente sconfitta che rappresenta il nucleo di un'energia vitale che legittima l'esistenza stessa di un'azione profonda e radicata. Le risposte impossibili e l'intraducibilità dei contenuti esperienziali rappresentano lo scarto che rigenera infinite volte l'indagine. La conoscenza rimane ineffabile e l'oggetto artistico si consegna come sintesi tecnica ed estetica. Revolving Doors è qualcosa di volutamente disfunzionale. La disfunzionalità secondo Jacques Lacan risiede nell'inconscio di ognuno, egli sosteneva che il fallimento da lui definito come atto mancato fosse il solo atto riuscito possibile poiché l'atto mancato è fallito per l'io ma è riuscito per il soggetto dell'inconscio. Perché ci sia coerenza con l'autenticità del desiderio è essenziale confondersi, sbagliare e smarrirsi. Jacques Lacan riconosce l'impossibilità dell'oggetto nel riuscire a colmare una mancanza d'essere che invece abita il soggetto, quindi il suo incontro con l'oggetto è per forza segnato da una condizione fallimentare. Ciò che fallisce in un certo senso è quindi l'oggetto sempre insufficiente e che rappresenta eternamente un vuoto, esso è fallito perché non è mai raggiunto. Ci sono individui che vogliono muoversi in solitaria ma non ci riescono, ci sono individui che tentano di comunicare con qualcuno ma vi è un suono assordante ad impedire loro di parafrasare il loro stato emotivo. La dinamica tra soggetto desiderante e oggetto del desiderio non viene in nessun caso soddisfatta, bloccando il processo ad una fase di forte attrazione. E' forse la narrazione incostante ed anomala di un disagio dovuto proprio alla continua irregolarità progettuale. Revolving Doors parla attraverso la logica disfunzionale del processo non produttivo, alla quale gli individui sono chiamati a rispondere con la stessa “contro-producenza”, tenendo ben presente che è il processo stesso a reificarsi come opera. Revolving Doors fuoriesce sotto mille aspetti diversi perché è in un conflitto dichiarato contro l'opera d'arte, contro la sua ingombrante e parassitaria oggettualità, contro la sua esibita pretesa di sintetizzare l'assoluto. Il concetto di opera è quindi volubile, transitorio e nomade nella sua assennatezza finale, ammesso che ci sia. Revolving Doors è l'abbandono della rassicurante cronologia propria alle consuete prassi ed è quindi forse l'azione e l'agire specifico di un operante sensibile nell'atto di comporre e scomporre, di percorrere e soffermarsi, di fare e sbagliare, di stabilire e fallire. Si instaura infatti un'assurda sproporzione tra lo sforzo e il suo effetto, in quanto l'energia collettiva viene dispersa e vanificata nel suo processarsi. Gli individui sotto le vesti di flâneur rappresentano la capacità di vagare distaccati dalla società generata ma al contempo esserne acuti osservatori per garantirne l'intreccio comunicativo. Essi si trovano in una costante competizione con se stessi accettandone la perpetue sconfitte. Non esistono prevaricazioni eterne ma solo temporanee, ognuno in qualsiasi momento può decidere la sua condizione. Nessuna delegazione di potere, ognuno è responsabile del suo agire fisico. Destabilizzato e destabilizzante, l'individuo si fa carico della fatica e dello sforzo di un equilibrio sempre precario e incerto nella sfida di affrontare l'ignoto. Il fallimento affiora ove vi è il rischio, che a sua volta è insito alla sperimentazione. L'assodarsi dell'azione corporea irrompe all'interno del sistema concatenato simile ad un dispositivo esplosivo, scatenando le dimensioni dell'io più recondite, quelle più moleste, perturbanti, scomode, malate, schizofreniche. Nasce così la volontà di raffigurare nel paradigma dell'assurdo l'effimero senso dell'esistenza e la disintegrazione dei linguaggi. Si parla di fallimento linguistico ma anche di fallimento corporeo nelle sue intenzioni, un cortocircuito illogico e folle. Il corpo, inteso come la carne e le sue tensioni, diventa repentinamente presente e penetra la realtà attraverso il suo manifestarsi anche politico. L'individuo operando sia in modo fisico che cognitivo proietta un'autorità che è frutto di un processo di acquisizione spaziale. Egli vive un processo di attacco e di perdita inarrestabile di se stesso che si riflette allo stesso modo in chi partecipa al suo smembramento. L'individuo pare percettivamente nomade, ma metamorfico ridisegna la politica dell'esistenza. Ed è dunque davanti a ciò che è mutevole che si applica un processo a ritroso che conduce a decostruire lo strato superficiale di conoscenza delle cose per riscoprire l'archetipo nascosto in esse, estraibile solo tramite la demolizione di convenzionali codici strutturali. Decostruire la forma per dare una forma, “per-formare” qualcosa di indefinito. Revolving Doors è in conclusione il paradigma dell'esperienza sovvertitrice di codici e di limiti, di pratiche e di confinamenti, di luoghi e oggetti aderenti alla convenzione metodica dell'arte nel quale la caduta rappresenta infine l'espediente per creare un ingombro al lineare flusso artistico. E' lo sbranamento che divora l'immagine dialettica intesa come un’immagine improvvisa, balenante, nella quale passato e futuro si illuminano a vicenda a partire dal presente, e quando quest'ultimo fallisce lascia un vuoto, ecco la voragine che forse ci inghiotte, essenza della perdizione e del dissolvimento s-oggettuale.


per un'estetica del fallimento

In tutta onestà, non ho ancora ben chiari i legami che cingono i premessi sociali e civili di questa performance. Parliamo di estetica, estetica della vita oggi, estetica del esser-ci.. O farci, mangiarci, espellerci. Parole in libertà e freschissimo assistersi, queste le mie speranze attorno a Revolving Doors. Un progetto prevede quasi di default una auto-storicizzazione di sè, ignoro se più pertinente al farsi strada eclissando i tormenti critici ipotetici oppure se strumento di una autodeterminazione di sè. Questo progetto possiede la freschezza dell'estetica del fallimento, e presto vedremo perchè. Iniziamo dicendo ai non addetti ai lavori, di cui io mi sento di far parte in quanto fallito, o fallace, che non c'è canovaccio più disagevole della storicizzazione e del criticismo in senso classico: nell'organizzare un evento o qualsiasi suo sinonimo si cade nella trappola ferocemente intessuta dal senso comune della socialità civile. Seppur alter-moderna ed ibridata, spesso e volentieri si lascia ancora ammaliare dalle seducenti immagini che si porta appresso: estetica, stile, amicizia, temporalità. Insegna il rizoma che non tutto è così logico: la qualità dei percorsi non alberga nell'inaspettato ma bensì nell'implausibile, che ridimensiona e successivamente espande la nostra coscienza o il suo surrogato biologico. In termini culturali, questo meccanismo non è sottoponibile a nessun percorso nè progressivo nè tantomeno inverso di producibilità di valutazioni e previsioni. Un fallimento di termini prescrittivi è un fallimento completo, inestricabile in quanto rotto, morto, inerte. Questa inerzia è l'inerzia che ho introdotto quando nominavo l'impossibiltà della critica. Da questo blocco, da questo vettore invisibile in quanto non prevedibile, quantico e mai quantizzante, Revolving Doors butterà in strada un'estetica. Estetica rizomatica, come mille radici spezzate su infiniti piani in comunicazione tra loro. Le sneakers di Giacometti.. Gli algoritmi di rime così sporche per essere lucide come una finestra aperta; corpi che si imbarazzano dell'amore per la materia sociale. Un'ultima digressione: l'ossessione per l'ossessione è un passo strettamente connesso alla foga estetica di cui molti frammenti di Revolving Doors sono composti. Anche questa è un'estetica che deriva dal fallimento. Parlo di fallimento quando assumo che nè un sano di mente nè un pazzo assumerebbero il compito di portare l'ovvietà nelle sale di un festival. Questa ovvietà è incapace di ovviarsi, di interagire con gli schemi prestabiliti del concerto/esposizione/performance. Per questa fissa possiede un'energia di cui mi fido; l'energia dell'imbarazzo, del terremoto, del fallimento.